SW® Storie | Lydia

Pubblicato
il 7 Settembre 2020

Lydia è una chimica computazionale pugliese, e lavora da 7 anni come ‘south worker’.

Dopo aver vissuto a Siena, Barcellona e Perugia, ha deciso di tornare in Puglia (Bitonto), per riavvicinarsi agli affetti, al mare e ad uno stile di vita più ‘morbido’. Dal 2014, dopo aver concluso un dottorato di ricerca a Perugia, ha lavorato prima per un’azienda inglese (Molecular Discovery Ltd) e poi per la sua ‘sorella italiana’, la Molecular Horizon, una start-up di Perugia.

In entrambe i casi ha potuto lavorare in modalità smart working. Vivere la sua terra d’origine, mantenendo però il lavoro che ama e i contatti con una realtà più internazionale, è stato il compromesso più entusiasmante che le sia mai capitato.

L’esigenza di ‘tornare giù’ è stata anche figlia di un bando regionale chiamato ‘Ritorno al Futuro’, una sorta di ‘contratto etico’ che permetteva ai giovani neolaureati di fare percorsi post-laurea fuori Puglia, pagati dalla regione stessa, auspicandosi che poi, questi stessi giovani, riportassero al sud un’opportunità di crescita.

Ad oggi ci sono stati piccoli successi perché altre due ragazze pugliesi lavorano per la sua stessa azienda come ‘south workers’, creando di fatto un piccolo nucleo lavorativo. Inizialmente Lydia ha trovato in un grande coworking di Bari (Impact Hub) il suo spazio lavorativo. Poi, con l’arrivo della sua bimba, ha deciso di avvicinarsi di più a casa, scegliendo un piccolo ufficio condiviso con 5 liberi professionisti.

Il suo lavoro consiste nello sviluppo di software per simulare e risolvere problemi di tipo chimico/biologico per aziende farmaceutiche o alimentari, e moltissime Università che fanno ricerca in questo campo. Nella sua azienda la metà dei dipendenti è dislocata in altre città non umbre (da Torino a Napoli), e questo grazie all’intuito del direttore scientifico che, quasi 10 anni fa, ha capito che un lavoratore sereno produce di più.

Mensilmente tutti i dipendenti si riuniscono a Perugia per discutere i risultati, ricevere i clienti, cucinare e cenare insieme, fare passeggiate e tutto quello che adesso si chiama ‘team building’. Questo modo di lavorare per lei è diventato indispensabile: gestisce i contatti con collaboratori e clienti più o meno nell’orario d’ufficio ma con la possibilità di organizzarsi al meglio con meeting e todolist, e recuperare un’ora spesa per andare all’asilo da sua figlia o semplicemente per fare una passeggiata al mare e riacquistare la concentrazione.

La flessibilità d’orario è davvero impagabile. Ci racconta che il più grande limite è la mancanza del confronto diretto e quotidiano con i colleghi, e per questo fa un largo uso di chat dedicate per essere sempre in contatto con tutta la ‘squadra’. Le chiediamo cosa pensa sia strettamente necessario per un south worker: “la disciplina e un grande senso di responsabilità.

Avere un programma ben definito delle cose da fare, cercare di imporsi una routine giornaliera e avere un luogo in cui recarsi è davvero importante per vivere bene il south working”.